Ci faremo guidare da Abramo e Sara in queste riflessioni del mattino, come faranno anche i nostri figli nel percorso di animazione.

Quattro saranno le tematiche per queste brevi meditazioni che abbiamo preparato con l’aiuto di suor Benedetta: la vocazione, la fecondità, l’accoglienza e il sorriso

Noi abbiamo letto e pregato insieme i brani che vi proporremo e  cercheremo di dare a voi la luce, le intuizioni che ci hanno donato per la nostra vita di sposi e genitori.

Abramo e Sara

Abramo è l’emblema della vocazione che nasce dalla fede. Vorremmo accendere due luci in questa prima mattinata.  Prima luce:  Abramo non nasce dal nulla.

Noi immediatamente abbiamo nel cuore e nella mente un pezzettino della storia di Abramo, di Sara, sappiamo qualcosa di Lot, ma Abramo poco o nulla delle sue origini. Abramo è figlio di Terach e ha due fratelli, Nacor e Aran.

Nei passi che non abbiamo letto nei capitoli 11 e 12 della Genesi ci viene raccontato che cosa succede a questa famiglia. Aran ha un figlio, Lot, e muore in Ur dei Caldei. Aran e Nabor si sposano, presero moglie: Nacor con Milca e Abram con Sarai  che, ci dice la Bibbia, e lo ripete più volte, era sterile.

Ecco il primo passaggio interessante: Terach il papà di Abramo prende con sé Abramo, Sarai e Lot e partono insieme da Ur dei Caldei per andare a Canaan, e arrivano a Carran dove si stabiliscono. Terach il papà muore.

Noi sappiamo che Abramo è il padre della fede, ha avuto una discendenza grande come le stelle del cielo, ha avuto un sacco di doni. Ma è interessante subito notare, da dove Dio è partito per “servirsi” di Abramo.

Terach, il padre,  parte con Abram e Sara che, ci ripete il testo  “era sterile” e con Lot il nipote che non ha più i genitori. Non parte con l’altro fratello quello che poteva dare una discendenza, lui rimane a Ur dei Caldei. Lo sfondo di questa storia è proprio la sterilità di Sara. Terach parte con una parte  della sua famiglia che è ferita dal lutto.

“Abram e Nacor presero moglie, la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarai era sterile non aveva figli.”

(Genesi 11, 29-30)

La condizione dell’infertilità di Sarai è assunta consapevolmente fin dall’inizio del cammino; il lettore  è messo da subito a conoscenza dello stato di Sara. E’ lo sfondo su cui viene disegnata la storia seguente, una storia nella quale si inserisce Jahvè che di tutta la carovana di uscita da Ur con Terach si sceglie un uomo Abramo, proprio il marito della donna non fertile come interlocutore: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre”

Allora primo spunto: Abramo non nasce dal nulla, ha un genitore ha una famiglia, Terach che partono per andare a Canaan.

Seconda luce: con chi parte Abramo?  Con cosa parte e dove va Abramo? Penso che molti di noi abbiano vissuto, letto pregato questa porzione di Parola anche nel cammino giovanile. La storia di Abramo viene letta, raccontata molto spesso giustamente, come la chiamata  fatta da Dio ad una persona sola per andare in un luogo che non conosce, ma nel quale viene promesso accadrà qualcosa di bello e di grande. Una chiamata personale che ti mette in gioco, ed è vero perchè ogni chiamata, ogni vocazione è personale; ma la storia di Abramo e Sara ci dice che c’è qualcosa di più. Volutamente ci siamo fermati al versetto quattro che si conclude così: “Abram partì come gli aveva ordinato il Signore e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.” Ma c’è il versetto cinque che ci dice con chi parte Abram con cosa parte e dove va: “Abram quindi prese la moglie Sarai e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che aveva acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan.” (Gn 12, 4-5)

E qui diventa interessante, è vero che Abramo parte, lascia qualcosa, ma parte con Sara con Lot con i beni che avevano avuto in dono, con le persone che erano con lui. Allora questa chiamata è davvero una storia per tutti, una storia di vocazione, una storia di chiamata per le coppie, per le famiglie per i sacerdoti. Ci dice che dobbiamo lasciare qualcosa ma non possiamo partire senza le relazioni che abbiamo costruito, senza i beni che ci permettono di vivere questa relazione. A noi ha dato tanta pace questo, la parola di Dio parla proprio a noi, alla nostra coppia, alla nostra famiglia, ci chiede di lasciare qualcosa per poter partire, ma non ci chiede di abbandonare la moglie i figli i beni. Ci chiede però di partire, per andare dove? La Bibbia dice che Terach partì da Ur dei Caldei per andare a Canaan, questa vocazione allora non nasce solo con Abramo e Sara, ma ha le sue radici nella storia di Abramo e in quella dei suoi genitori. Ecco che allora partono con i loro beni, Dio chiede ad Abramo e Sara la separazione da un passato fecondo per un futuro che per ora sembra dominato dall’infertilità.  La chiamata è chiara: vai verso un paese che ti indicherò, ti benedirò, saranno benedette le terre ecc. ma c’è un problema e cioè che Sarai era sterile.

Abbiamo trovato Terach  molto simpatico per tanti  motivi, intanto era uno che vedeva giusto, a Canaan si doveva andare, aveva buone intuizioni. Anche quando queste non si realizzano non si perde di animo e le consegna al figlio senza però schiacciarlo coi suoi desideri personali.

Insomma da quello che abbiamo letto ci viene spiegato per filo e per segno come era composta la famiglia di Abramo e a noi è piaciuta.  Nel capoverso successivo però si legge: “Abramo vattene dalla casa di tuo padre”. Possiamo allora scoprire la dimensione essenziale della nostra vocazione da queste parole di Dio.

Noi siamo chiamati a partire come coppia che per noi vuol dire  fare due cose apparentemente  contrapposte: tenere insieme nel nostro cuore le  radici, da dove veniamo, e dirigerci verso la terra promessa. Le nostre radici non sono i beni che ci lasciano i nostri genitori, quando ce li lasciano, ma sono le  relazioni di cui siamo intessuti. Io sono fatta da tante relazioni che si tessono dentro di me. Ogni tanto metto le mani sul volante come fa mia madre quando guida la macchina; più di uno mi ha detto che ho il  sorriso simile a mio padre, faccio delle cose che ho imparato da mio fratello, ho in me tanto della relazione con mio marito; io sono tutta questa rete di relazioni. Quando io parto, tutte queste relazioni partono con me, perché in me tutte queste realtà vivono che io lo voglia o non lo voglia,  e io vivo anche grazie a loro.

Ci sono però due rischi del partire  che secondo noi sono da tenere nel nostro cuore e nei quali noi come coppia ci ritroviamo.

Primo rischio: partire per fuggire. E’ il rischio di chi ha alle spalle una famiglia che lo ha fatto soffrire, e passa molto del suo tempo a stabilire di chi era la colpa.   Misura il dolore subìto e fa questo anche grazie all’aiuto di  un ragioniere che è nel cuore di ognuno di noi, il ragioniere delle relazioni.   Un dipendente che abbiamo assunto, non si sa bene da quando, e che  fa il suo lavoro incessantemente tutti i giorni: lui misura, pesa, e conta; conta quante volte io sono andato incontro a…conta quante volte io ho iniziato, quante volte io ho chiesto scusa, e poiché è il mio ragioniere e ha stima del suo datore di lavoro che sono io, conta sempre con attenzione ciò che faccio. “ Dovrei telefonare a mia sorella, è da un po’ di giorni che non ci sentiamo”.  “Perché devi chiamare sempre tu?” dice il mio ragioniere  e poi continua: “ l’hai già fatto martedì della scorsa settimana (il ragioniere su queste cose è molto scrupoloso e attento) ….. mi sembra che chiami sempre tu.”

E così si pensa di poter partire dalla propria famiglia di origine per scappare da relazioni dolorose in cui non ci siamo sentiti valorizzati, non ci siamo sentiti compresi come ci aspettavamo.

Attenzione però,  perchè partire per fuggire ha in sé un rischio incredibile: non rendersi conto che  magari il “nemico” ce lo abbiamo dentro, e sono proprio io con questa ansia di misurare l’affetto in continuazione. Quando si parte mossi soprattutto dal rancore che abbiamo dentro, anche se siamo lontani dei chilometri dai nostri familiari, non riusciamo a fare il passo più importante lasciare nella casa nativa quello che, se possibile, non vorremmo portare nella nostra nuova casa.

Quando sei mosso dal rancore resti incatenato a ciò che è stato e anche se ti sembra di scappare in realtà l’astio che hai dentro ti riporta là, che tu lo voglia o non lo voglia.

Secondo rischio: partire con il rimpianto, ed è il rischio di chi mette su un piedistallo ciò che aveva nel passato. E’ bello poter rendere grazie di quello che abbiamo vissuto, secondo noi è una delle preghiere che più ci riempiono il cuore di pace e anche di speranza per il futuro. Attenti però a quando questa preghiera di ringraziamento diventa un amore per il revival o per il vintage: “Ah com’era bello, come si stava bene, mio padre portava sempre lui la macchina dal meccanico, invece tu…Mia madre faceva sempre la pasta in casa la domenica, invece tu….” Oppure: “Com’era bello da fidanzati, com’era bello da appena sposi” con la variante per gli altri stati di vita  “Com’era bello da appena prete” o ancora: “com’era bello  il mio precedente lavoro, com’era bella la mia precedente comunità, com’era bello ecc….” Il revival è diverso dal ringraziamento perchè lascia nel cuore tristezza e non riconoscenza. Ci fa restare voltati indietro e ci perdiamo ciò che c’è ora davanti a noi.

Invece Dio dice ad Abramo che c’è una terra tutta pensata per lui e in questa terra Abramo diventerà una benedizione per tutti. Ecco allora perché partire, non per scappare, non per rimpiangere ma per essere vita per gli altri e per noi.

Un’ultima battuta che traiamo da Familiaris Consortio di cui recentemente abbiamo vissuto e ringraziato per i trent’anni dalla sua pubblicazione; parlando della vocazione abbiamo trovato due termini accanto al termine vocazione che ci hanno dato la pace e che ci permettono anche di poter partire con Abramo e con Sara. Perché è vero che Dio ci chiama, ci dice dove andare ed è una cosa bella, è bello sapere di avere una vocazione e scoprire quale è questa chiamata. Ma,  noi saremo in grado di rispondere a questa chiamata? E’ una chiamata anche per noi? Non è che questo Dio freghi qualcuno? Sì, ci chiama per andare da qualche parte, ma poi come possiamo essere sicuri di  potercela fare? E se fallisci, fallisce tutta la tua vita?

Al numero undici un famoso passo di F.C.  dice: “Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza chiamandolo all’esistenza per amore lo ha chiamato allo stesso tempo all’amore. Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione personale di amore. Creandolo a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione … all’amore e alla comunione”.

Quindi questa è l‘unica chiamata uguale per tutti, la chiamata all’amore e alla comunione! Ma Familiaris Consortio non dice solo questo, ho saltato apposta i due sostantivi fondamentali! Leggiamo “giusto” : “Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione”.

La vocazione va insieme a capacità e responsabilità.

C’è una chiamata ad Abramo e Sara, a Davide e Nicoletta, a don Paolo, che chiede di lasciare qualcosa e chiede di partire per andare a Canaan, ma nello stesso viene iscritto nel cuore di ogni uomo e di ogni donna la capacità per vivere questa risposta e la responsabilità per rispondere a questa chiamata.

 

 

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