INTRODUZIONE

La fecondità è prerogativa di Dio: Dio, essendo Amore, è per sua stessa natura fecondo, cioè datore di vita. Dio Padre è l’unica fonte della paternità-maternità.

“Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell`uomo interiore”. (Ef 3, 14 -16)

Dio non è un solitario, ma è comunità di persone (Trinità) in comunione tra loro: ogni Persona riceve e dona se stessa alle altre e insieme si espandono all’esterno partecipando la loro vita ad altre realtà che pongono nell’esistenza con la creazione.

Creando l’uomo-donna a sua immagine e somiglianza, Dio li ha resi partecipi della Sua fecondità e li ha fatti capaci di comunicare vita, sia in senso fisico che spirituale.

Per vivere la fecondità è necessario uscire da sé per stare dentro un altro e contemporaneamente fare spazio dentro di sé per accogliere l’altro.

Per realizzarci ci occorre qualcuno “posto di fronte a noi”, che ci stimoli continuamente ad accoglierlo e a lui donarci sempre di più.

FECONDITA’ E’ CRESCERE FACENDO CRESCERE, cioè è la capacità di far vivere l’altro donando se stessi. L’esercizio di questa capacità ci fa crescere al meglio di noi stessi.[1]

Non c’è niente come il rapporto coniugale che esiga la disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro. → dono di sé.

Non basta essere amanti della proprie moglie o del proprio marito, bisogna rendersi “amabili”! → accoglienza del dono.

Parlando, poi, dei compiti della coppia/famiglia e quindi degli ambiti nei quali si esplica la fecondità coniugale e familiare, la Familiaris Consortio indica quattro direzioni fondamentali:

1) formazione di una comunità di persone   2)  servizio alla vita   3)  partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa   4)  partecipazione allo sviluppo della società

PRIMA FECONDITÀ: FORMAZIONE DI UNA COMUNITÀ DI PERSONE

Il primo compito degli sposi è quello di formare una comunità di persone cioè generare e diffondere comunione, così come dice il documento dei vescovi italiani “Comunione e Comunità nella Chiesa domestica” che al n°14 scrivono: “La famiglia ha un suo originale e insostituibile compito nel formare la persona alla comunione e alla vita di comunità …… sia a livello umano che a livello cristiano….”

Nessuno può darsi da solo la sua identità. Ciascuno di noi giunge a conoscersi e a realizzarsi come persona, solo nella misura in cui, chi gli sta accanto, lo aiuta a far affiorare gli aspetti più belli e più veri della sua personalità[2].

Perché Adamo potesse trovare la sua identità e potesse giungere alla piena realizzazione di sé, Dio gli ha donato un “aiuto simile a lui”, un essere che gli stava di fronte alla pari e che era in grado di porsi in relazione d’amore con lui.

Proprio in questa comunione con la sua donna, l’uomo realizza la pienezza dell’essere “immagine e somiglianza di Dio”. L’uomo “diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine, quanto nel momento della comunione” (Giovanni Paolo II, “Catechesi sull’amore umano”, IX, n°3).

La persona sposata ha un bisogno essenziale: quello che il proprio coniuge sia una presenza “fecondante” per la sua identità. Una presenza che la renda se stessa. E colui o colei che abbiamo sposato è per noi la nostra “Eva”: quell’aiuto simile che consente il completamento dell’opera creatrice di Dio progettata per noi.

Questo significa che ogni singola persona è già “completa” in quanto amata e desiderata da Dio, ma deve ancora completare l’opera di Dio e questo avviene attraverso la sponsalità (dono di sé e accoglienza dell’altro/a) e la conseguente fecondità.

Ogni parola, ogni gesto amorevole che un coniuge compie verso l’altro è importante nel cammino verso la piena realizzazione di sé.

Sposandoci, quindi, nasce per noi il dovere di rendere conto a Dio, non solo di tutti i talenti che ha dato a noi personalmente, ma anche dei talenti che ha dato al nostro coniuge.

Riconoscere l’altro come dono, amandolo così come è, ed essere disposti a donarsi totalmente è un’espressione importantissima di fecondità degli sposi perché, in questo modo, ciascun coniuge compie verso l’altro un vero e proprio atto generativo, nel senso che lo aiuta a realizzarsi completamente.

La fecondità non deve, quindi, essere identificata solo col comando. “moltiplicatevi”, ma anche col precedente imperativo: “crescete”, cioè aiutatevi l’un l’altro a crescere come persone, nell’amore reciproco e verso Dio, fino alla pienezza voluta dal Creatore.

Fecondità dunque non è solo il generare l’altro, ma anche il generare il NOI di coppia attraverso la realizzazione dell’Unità di coppia.

Gli sposi debbono impegnarsi, pur rimanendo distinti, a formare il NOI, a generare la COPPIA, cioè una terza identità che richiede attenzioni e protezione, che deve essere alimentata e fatta crescere come una nuova creatura.

Se si vuole impostare bene il proprio matrimonio, non si dovrà cercare solo il bene di ciascun coniuge, ma ci si dovrà preoccupare soprattutto del bene della coppia, con la consapevolezza che tutti e due sono corresponsabili di questo bene e che ogni altro bene consegue da questo, in modo particolare il bene dei figli.

La grazia sacramentale delle nozze, quindi, non consiste semplicemente in un aiuto dato ai singoli individui per rafforzare le loro virtù, ma è un aiuto per costituire questa realtà nuova che è la loro coppia e dà agli sposi la capacità di vivere la loro unione con lo stesso amore che ha Cristo per la sua sposa, la Chiesa.[3]

 

SECONDA FECONDITÀ: SERVIZIO ALLA VITA

La presenza del NOI di coppia, che ha portato i coniugi ad uscire dal loro egocentrismo per andare incontro all’altro può completarsi nella chiamata a generare dei figli.

Il generare figli appartiene all’immagine e somiglianza  di Dio. E’ porre vita nuova per partecipare qui sulla terra alla fecondità Trinitaria che ha deciso di “creare” e continua, mediante gli uomini e le donne, a creare.

Scrive la F.C. al n° 14: “ L’amore coniugale non si esaurisce all’interno della coppia; questo amore li rende capaci della massima donazione possibile per la quale diventano cooperatori con Dio in vista del dono della vita ad una nuova persona. Così i coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di sé stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente dell’unità coniugale e sintesi viva e indissociabile del loro essere padri e madri”.

I figli sono immagine viva, icona del Noi di coppia (il vero Terzo) che è diventato talmente concreto da obbligare gli sposi a mantenere sempre più unito il loro NOI, se vogliono far trovare ai figli un ambiente adatto nel quale farli crescere. I figli sono come i pesci che non possono sopravvivere se non nuotando nel mare dell’amore che è il NOI di mamma e papà. Il compito di allevare ed educare i figli è, dunque, una crescita per l’unità di coppia. Facendoli crescere si cresce; educandoli ci si educa.

Il figlio nasce dal dono di ciascun coniuge all’altro, ma è soprattutto dono di Dio. Nella lettera alle famiglie al n°9 è detto: “I genitori davanti ad un nuovo essere umano hanno o dovrebbero avere piena consapevolezza del fatto che Dio vuole questo uomo < per sé stesso >” Come tale esso è un bene infinito in sé stesso e non può essere ritenuto una proprietà, né può essere strumentalizzato per altri scopi: oggetto di compagnia, compensazione delle nostre aspirazioni non realizzate, simbolo della nostra bravura o del nostro benessere, scusa per trascurare il coniuge …….

Un figlio è e rimarrà sempre una creatura del Padre!

Dio affida ogni figlio ai suoi genitori e lascia piena libertà d’azione agli uni e all’altro, ma la Sua paternità non viene mai meno; che lo voglia o no, ogni uomo resta di Dio.

Così dice il C.C.C. al n° 2221: “ La fecondità dell’amore coniugale non si riduce alla sola procreazione dei figli, ma deve estendersi alla loro educazione morale e alla loro formazione spirituale”.

Essere fecondi spiritualmente va ben oltre il non far mancare nulla ai figli o educarli alle buone maniere della convivenza sociale, ma significa metterli in condizione di dare risposta alle domande fondamentali della vita:

Gli … imprevisti della seconda fecondità.

La coppia può trovarsi anche davanti a un figlio “inaspettato”: la mentalità corrente porta a considerarlo un errore di cui vergognarsi o magari sbarazzarsi. La responsabilità in questo caso si esercita permettendo a questa nuova vita di dilatare le capacità della famiglia, la sua creatività nel ristrutturarsi, confidando nella Provvidenza che, come dicevano i nostri anziani, “manda ogni bambino col suo fagottino”.

In alcune situazioni ci si può trovare di fronte ad una infertilità (che non vuol dire sterilità o non fecondità!) per cui i figli desiderati non arrivano. La coppia è chiamata a fare un serio discernimento per valutare le possibili strade da percorrere …….

Per una coppia cristiana è fondamentale saper armonizzare generosità e responsabilità, esigenze, che a volte si trovano in aperto contrasto. Questa armonizzazione spetta agli sposi ed ogni scelta in questo ambito compete soltanto a loro, alla loro coscienza, formata però con lealtà ed impegno responsabile anche alla luce del Vangelo e dell’insegnamento della Chiesa ( Gaudium et spes, n. 50).

 

TERZA FECONDITA’ : PARTECIPAZIONE ALLA VITA E ALLA MISSIONE DELLA CHIESA

La fecondità spirituale che gli sposi vivono l’uno verso l’altro e  nei confronti dei figli, non si ferma sulla porta di casa, ma li conduce a condividere la fede con gli altri fratelli.

Nella “Lettera alle famiglie” di Giovanni Paolo II al n° 16 si legge: “La famiglia è chiamata a svolgere il suo compito educativo nella Chiesa, partecipando così alla vita e alla missione  ecclesiale. La Chiesa desidera educare soprattutto attraverso la famiglia a ciò abilitata dal sacramento del matrimonio con la “grazia di stato” che ne consegue e lo specifico “carisma” che è proprio dell’intera comunità familiare”. Da questo passo risulta chiaro che la famiglia partecipa alla missione della chiesa come soggetto attivo, per cui non è solo destinataria della catechesi, ma è essa stessa chiamata ad educare la comunità, avendo ricevuto dal sacramento del matrimonio una <grazia> che la abilita all’opera educativa e  un <carisma> cioè un dono specifico  in tal senso.

La pienezza della fecondità degli sposi cristiani scaturisce dal rapporto di fedeltà con Dio ed è la fedeltà a Dio che li rende capaci di andare oltre la fertilità, che è propria solo di una stagione della vita, per raggiungere una fecondità che riempie tutto il tempo della vita e oltre la vita.

Ciò avviene senza che essi debbano compiere gesti eclatanti o che debbano necessariamente svolgere attività al di fuori della realtà familiare. A tal proposito la F.C. al n°50 dice. “La famiglia cristiana edifica il Regno di Dio nella storia mediante quelle stesse realtà quotidiane che riguardano e contraddistinguono la sua condizione di vita”.

La famiglia, innestata in Cristo, è una piccola chiesa che diffonde amore per sua stessa natura. Essa, infatti, viene a contatto con tutte le realtà del mondo, con non credenti e non praticanti e a tutti, per contagio, può far assaporare il mistero grande nascosto nella realtà sacramentale del matrimonio e della famiglia.

Si può allora affermare che la fecondità specifica degli sposi è la diffusione, fuori dalle mura domestiche, dell’esperienza, che si fa normalmente in famiglia, di un amore totalmente gratuito e incondizionato e di un coinvolgimento personale senza limiti.

Gli sposi, con le loro nozze, indicano che il traguardo finale di tutti è dato dalle nozze eterne con Dio e che la strada da percorrere per giungere alla meta è il dono totale di sé.

Le altre forme di testimonianza e di servizio, che ciascuna famiglia può decidere di portare avanti a seconda delle proprie inclinazioni, sono secondarie e subordinate a questa. Esse  devono essere decise sempre di comune accordo e non devono mai mettere a rischio l’unità della coppia.

In un ambiente accogliente come quello familiare è, poi, più facile che si sentano a proprio agio anche coloro che non sono pienamente inseriti nell’ambiente parrocchiale o che vivono situazioni particolari. Sarà così possibile iniziare con loro, in collaborazione col parroco, anche percorsi di avvicinamento alla parola di Dio, di approfondimento delle verità della Chiesa o di preparazione ai sacramenti.

 

 

QUARTA FECONDITA’: PARTECIPAZIONE ALLO SVILUPPO DELLA SOCIETA’

 

La presenza nel territorio di famiglie che vivono le dimensioni più significative della vita cristiana lascia un’impronta di fecondità anche nel tessuto sociale. La ricchezza di amore vissuta dagli sposi diventa fonte di energia e di impegno da spendersi anche in campo sociale.

Nella  Gaudium et Spes al n° 47 è scritto: “La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare

Nel documento “Evangelizzazione e Sacramento del Matrimonio” al n°112 si legge: “Gli sposi, inoltre, contribuiscono al bene comune della società mediante l’educazione dei figli, ai quali offrono l’esempio non solo del proprio amore reciproco, ma anche di amore che oltrepassa i confini della famiglia per estendersi a tutti, specialmente ai poveri e agli oppressi, e nei quali stimolano l’apertura verso il bene della società intera”.

La F.C. al n° 43 dice: “Di fronte a una società che rischia di essere sempre più spersonalizzata e massificata e quindi disumana e disumanizzante……la famiglia possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di strappare l’uomo all’anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo attivamente con la sua unicità e irripetibilità nel tessuto della società.”

Ma la famiglia isolata non ha alcuna influenza nei confronti di qualsiasi istituzione anche per i problemi più gravi che possono accadere ai figli. E’ allora necessario che le famiglie si uniscano per formare una più ampia rete relazionale per favorire la creazione di un ambiente sociale che consenta ad ogni figlio di crescere al meglio.

Nella “Lettera alle famiglie” al n° 16, il Papa, dopo aver affermato che “i genitori sono i primi e principali educatori dei propri figli” ( e tale diritto- dovere “non può essere totalmente delegato ad altri, né da altri usurpato” F.C. n° 36)  continua affermando: “E’ importante che le famiglie cerchino di costruire tra loro vincoli di solidarietà. Ciò, oltretutto, consente loro di prestarsi vicendevolmente un servizio educativo: i genitori vengono educati attraverso altri genitori, i figli attraverso i figli. Si crea così una peculiare tradizione educativa che trae forza dal carattere di <Chiesa domestica> che è proprio della famiglia”.

E’ in questo contesto che acquistano significato gruppi di famiglie costituiti spontaneamente, in base a reciproche conoscenze e affinità, non troppo numerosi per potersi trovare nelle case, ma sempre aperti all’accoglienza di chi desidera aderire al loro cammino. Soltanto così il clima familiare, nel quale cresce il figlio, non viene immediatamente smentito dal mondo esterno, ma trova conferme anche nelle altre famiglie, per cui le capacità educative vengono moltiplicate.

In una visuale più ampia è auspicabile che le famiglie si impegnino anche nel dare consistenza ad una politica della famiglia che rispetti e valorizzi il ruolo della famiglia come vero luogo di educazione. Davanti a soggetti come stampa, televisione, pubblicità, offerte di divertimento, i quali non si propongono certamente come scopo lo sviluppo educativo dei giovani, le famiglie devono cercare delle alternative che possono essere realizzate all’interno della comunità dai genitori stessi oppure dalla loro collaborazione con le realtà esterne.

In Evangelizzazione e Sacramento del Matrimonio al n°114 è richiamato un impegno ancora più vasto: “Gli sposi cristiani…devono assumersi la loro parte di responsabilità nel rendere più umana, e cioè più consona alle esigenze della giustizia, la convivenza sociale. Entro questo contesto è urgente risvegliare la coscienza delle coppie e delle famiglie cristiane riguardo all’importanza di un loro contributo propriamente politico al bene della società, partecipando democraticamente e secondo coscienza al laborioso processo della sua storica evoluzione.”

 

Appendice

 

Humanae Vitae n.10. La paternità responsabile – L’amore coniugale richiede negli sposi una coscienza della loro missione di “paternità responsabile”, sulla quale oggi a buon diritto tanto si insiste e che va anch’essa esattamente compresa. Essa deve considerarsi sotto diversi aspetti legittimi e tra loro collegati.

In rapporto ai processi biologici, paternità responsabile significa conoscenza e rispetto delle loro funzioni: 1’intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che fanno parte della persona umana.

In rapporto alle tendenze dell’istinto e delle passioni, la paternità responsabile significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare su di esse.

In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente o anche a tempo indeterminato, una nuova nascita.

Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all’ordine morale oggettivo stabilito da Dio, e di cui la retta coscienza è fedele interprete. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano pienamente i propri doveri verso Dio, verso se stessi; verso la famiglia e verso la società, in. una giusta gerarchia dei valori.

 

 

Appendice 2 “Servire la vita” Dal messaggio dei Vescovi per la giornata della vita 2008

 

I figli sono una grande ricchezza per ogni Paese: dal loro numero e dall’amore e dalle attenzioni che ricevono dalla famiglia e dalle istituzioni emerge quanto un Paese creda nel futuro. Chi non è aperto alla vita, non ha speranza…

La civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di servire la vita. I primi a essere chiamati in causa sono i genitori. Lo sono al momento del concepimento dei loro figli: il dramma dell’aborto non sarà mai contenuto e sconfitto se non si promuove la responsabilità nella maternità e nella paternità. Responsabilità significa considerare i figli non come cose, da mettere al mondo per gratificare i desideri dei genitori; ed è importante che, crescendo, siano incoraggiati a “spiccare il volo”, a divenire autonomi, grati ai genitori proprio per essere stati educati alla libertà e alla responsabilità, capaci di prendere in mano la propria vita.

Questo significa servire la vita. Purtroppo rimane forte la tendenza a servirsene. Accade quando viene rivendicato il “diritto a un figlio” a ogni costo, anche al prezzo di pesanti manipolazioni eticamente inaccettabili. Un figlio non è un diritto, ma sempre e soltanto un dono. Come si può avere diritto “a una persona”? Un figlio si desidera e si accoglie, non è una cosa su cui esercitare una sorta di diritto di generazione e proprietà. Ne siamo convinti, pur sapendo quanto sia motivo di sofferenza la scoperta, da parte di una coppia, di non poter coronare la grande aspirazione di generare figli. Siamo vicini a coloro che si trovano in questa situazione, e li invitiamo a considerare, col tempo, altre possibili forme di maternità e paternità: l’incontro d’amore tra due genitori e un figlio, ad esempio, può avvenire anche mediante l’adozione e l’affidamento e c’è una paternità e una maternità che si possono realizzare in tante forme di donazione e servizio verso gli altri…

Per questo diciamo grazie a tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educatori e agli insegnanti, ai tanti adulti – non ultimi i nonni – che collaborano con i genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni, che comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li incoraggiano; a chi – ginecologo, ostetrica, infermiere – profonde il suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell’aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse, altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li assistono con un supplemento di generosità e dedizione.

 

Appendice 3 – Paternità e maternità riflesso della fecondità di Cristo e della Chiesa – P.Enrico Mauri

La paternità e maternità, vista nel riflesso della fecondità di Cristo e della Chiesa, acquista un particolare privilegio, quello di ambire di dare a Dio e di educare a Lui una prole che abbia le divine fattezze e perpetui la fioritura di anime che fecondano l’unione di Cristo e della Chiesa.

Se gli sposi fossero così edotti, vedrebbero e parlerebbero del matrimonio con venerazione, come di cosa e vita sacra in ogni aspetto; avvolgerebbero nel velo del riserbo tutto ciò che di intimo il Sacramento esige e non gettando nei discorsi “ai cani” le cose sante che sono nascoste nel Grande Sacramento.

Quanto sono rari gli sposi che, vedendosi in questa luce soprannaturale, si venerano reciprocamente, con quel rispetto che faceva inchinare S. Francesco di Sales davanti ad ogni coppia di sposi.

Quanto sono rari gli sposi che si fanno diffusori di queste visioni di luce sacramentale, sia col proprio sposo, sia nei figli, sia intorno a se, per renderli gemelli nel credere e nel vivere il grande Sacramento e reagire all’avvilimento, all’abbruttimento, alla profanazione

[1]Non è bene che l’uomo sia solo”. Molti interpretano questa frase come la dichiarazione esistenziale dell’uomo. L’uomo non basta a se stesso, e la donna appare nella sua vita come la creatura che riempie la sua solitudine. E’ certamente un’interpretazione vera. Ma incompleta. Si dimentica che l’uomo è povero non solo quando è insufficiente a se stesso e sente il bisogno di ricevere la vita che non ha; ma è povero anche quando non può donare la vita che ha. E’ questo il senso completo della frase biblica: “non è bene che l’uomo sia solo”. L’uomo sente il bisogno di aprirsi agli altri uomini non solo per ricevere vita, ma anche per donare vita. P.Giordano Muraro

[2] Una radice essenziale consiste – mi sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo. In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se stesso solo dal “tu” e dal “noi”, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso… Quindi un primo punto mi sembra questo: superare questa falsa idea di autonomia dell’uomo, come un “io”completo in se stesso, mentre diventa “io” anche nell’incontro collettivo con il “tu” e con il “noi” Discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, 27 maggio 2010

[3]Il sacramento del matrimonio è segno dell’unione di Cristo e della Chiesa. Esso dona agli sposi la grazia di amarsi con l’amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa; la grazia del sacramento perfeziona così l’amore umano dei coniugi, consolida la loro unità indissolubile e li santifica nel cammino della vita eterna”. CCC 1661

 

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