Arcidiocesi di Firenze

Centro Diocesano Famiglia

in collaborazione con

Istituto Superiore di Scienze Religiose Firenze

 

 

 

Scuola biennale per operatori di pastorale familiare 2008-2009

 

Dinamiche della
comunicazione di coppia

 

Relazione del 13/12/08

Nicoletta e Davide Oreglia

 

 

 

 

PER LA PREGHIERA

  • Inizio: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo
  • Lettura:

“…Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato da Dio nella giustizia e nella santità vera. Perciò, bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri. Nell’ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo.(…) Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

(Ef 4,20-27; 29-31)

-Breve pausa di silenzio

-Preghiamo:

Rinnovaci, Signore e rivestici di Te, perché, con carità, impariamo a comunicare all’altro i nostri sentimenti più profondi. Dalla nostra bocca escano, nella verità, solo parole che costruiscono e rafforzano la comunione tra noi, perché nell’essere l’uno membra dell’altra cresciamo nel Sacramento che ci hai donato.

 

-Insieme: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo…

 

 

Perché si comunica

Il dono che di noi stessi facciamo all’altro nel matrimonio è un dono totale: dono di spirito, anima e corpo. Dono che non si compie solo nel giorno in cui è celebrato il Sacramento, ma che si ripete ogni giorno, nei gesti di affetto, nelle diverse situazioni che si vivono insieme, nel dialogo e porta ad una crescita sempre maggiore dell’unità.

Certamente il dialogo è uno dei mezzi principali per la crescita della comunione nella coppia e, perché si abbia un buon dialogo, è necessario che i due coniugi si mettano, a turno, in atteggiamento di “vero ascolto”. Questo, però, non è sufficiente: se l’uno è disposto a ben ascoltare, l’altro deve avere la volontà di comunicare bene, o meglio di “comunicarsi” bene.

Comunicare con il mio coniuge, infatti, non è parlare solo di ciò che è estraneo a me, o che mi tocca solo marginalmente. Non sto “comunicando” con te se ti parlo solo dei figli, della casa, del lavoro, dell’impegno che ho in parrocchia… Questo, infatti, finisce spesso per essere un semplice “dirsi le cose”, le cose che faccio, senza però dirti niente di me (di quello che sono e vivo dentro). Comunico con te se “faccio comunione” con te, se “verso in te” quello che io sono o quello che provo nelle diverse situazioni. Fare comunione allora significa fermarsi, insieme, impegnarsi a dire all’altro se stessi, magari anche con fatica. Non che non si debba parlare d’altro, ma nel parlare “da coniugi” c’è un qualcosa in più, qualcosa che costruisce intimità ed unione, che aiuta i due a diventare uno, a crescere nella comunione. Il dialogo di coppia fatto nello spirito di costruire la coppia con il dono di sé, è un momento sacro.

Come si comunica

Il modo migliore di comunicare è quello che parte da se stessi, da quello che si prova, soprattutto quando il meccanismo della comunicazione, che solitamente funziona automaticamente, si “inceppa” e non porta ad una maggiore comunione dei coniugi, ma ad una divisione: è quello che succede quando il giudizio sull’altro diventa il perno sul quale si fa ruotare il discorso, quando i “perché tu sei”, i “tu non devi” e i “tu mi hai fatto” spadroneggiano, e unici obiettivi sono solo quelli di difendere noi stessi e le nostre posizioni, e attaccare l’altro contrastando o sminuendo le sue opinioni (o peggio ancora  la sua persona), col solo risultato di ferire sia lui sia il rapporto. Dialoghi che partono da un giudizio, anche sottilmente indiretto (tipo: “sono molto triste, ma tu non dovevi…”) finiscono per innestare un pericoloso meccanismo a “ping-pong”, in cui si risponde ad accusa con accusa, a giudizio con giudizio e così via. Se invece si intende il comunicare come donarsi all’altro, allora anche nel momento di incomprensione o difficoltà parlo con te per dirti chi sono io, come mi sento, cosa provo in modo che tu percepisca di avere di fronte non un “nemico” da cui difenderti, ma una persona forse ferita, che ha bisogno di comprensione ed amore, disposta a ricostruire, a superare insieme le difficoltà che ora tengono lontani.

Strumenti della comunicazione

Con quali “mattoni” si costruisce la comunione?

Con “mattoni” strani che portano scritto su di loro due termini che sono spesso messi agli antipodi nel nostro modo di conoscere ed amare: unità e distinzione.

A tutti verrà spontaneo pensare che comunione è l’unità degli uguali. I distinti, i diversi fra loro non possono fare comunione! Cercheranno altri uguali e faranno comunione con loro…

Eppure nulla è più diverso di un uomo e di una donna, ma nessuna unione sulla terra può essere più intima e totalizzante di questa che porta al dono di parole, sentimenti, gesti nella danza dei corpi che si uniscono.

Di più, è proprio l’amplesso degli sposi che ci mostra come la loro distinzione fisica portata al massimo riesce a consentirlo. Non l’uomo che copia la donna o la donna che imita l’uomo, ma lui che con il desiderio di incontrare lei e a lei unirsi si muove fisicamente in un modo che lei non potrà mai imitare ma solo accogliere, e ugualmente lei che con il desiderio di unirsi a lui non lo imita ma lo va ad incontrare.

Anche il dialogo diviene terra di comunione se è fatto nel rispetto e nell’accoglienza delle distinzioni. Sappiamo che il nostro amore non è garanzia di comunione. Se non impariamo a comunicarcelo in una lingua che sia intesa da entrambi non basterà dire di amarsi. E non si tratta di imparare un terzo linguaggio che vada bene ad entrambi, una sorta di “inglese” che più o meno masticano tutti e due . No, è dirgli Ti amo con le parole e i gesti che lui sa cogliere nel profondo del cuore (per alcuni i gesti di affetto fisico, per altri le premure, per altri ancora i doni..) insegnandogli anche quale linguaggio intendo io e quale so parlare[1].

Insomma la coppia impara che incontrarsi è farlo nel profondo di lui e di lei in tempi e modi che non sono uguali per entrambi, ma che non limitano l’intensità dell’unione, anzi la amplificano perché l’altro sentendosi accolto per l’uomo/la donna che è si lascerà abbracciare in tutto il suo essere e ugualmente abbraccerà con tutta la forza e il calore che ha nelle braccia sue.

La preghiera dà una luce ancora più chiara a ciò che è l’unità nella distinzione cui siamo chiamati. Quando preghiamo noi entriamo in relazione con Dio, ma non ci lasciamo spaventare dall’enorme differenza che ci separa da Lui! Anzi, ci presentiamo a lui con tutto il nostro essere di uomini che vogliono amare e lasciarsi amare da tutto l’essere di Dio. Anche qui la diversità non è via di divisione, ma di comunione ancora più profonda perché non siamo risucchiati da Dio, non ci sentiamo sperduti nella sua immensità, ma restiamo lì abbracciati a lui senza mai venirne fagocitati. Come Mosè scopriamo il miracolo del roveto ardente dove le fiamme dell’amore di Dio non consumano, né distruggono. Una passione inestinguibile che conserva ed esalta tutti coloro che avvolge.

Alla scuola della fede

Come possiamo allora comunicare così bene da essere intimamente uniti?

Non è questione di abilità di carattere o psicologiche ma un dono di fede da coltivare, custodire, ma prima di tutto riconoscere e contemplare.

Gesù ci ha lasciato due immagini vive a cui ispirare la nostra comunione. La lavanda dei piedi, in Lui rialza i discepoli, li mette al Suo piano perché il dono del suo corpo sia tra pari, tra sposi e non quello di un re verso i suoi sudditi, e il banchetto in cui i partecipanti sperimentano lo stare alla stessa tavola gli uni di fronte agli altri per vivere l’unione attraverso lo sguardo.

La vita coniugale è veramente un invito ad un banchetto, un invito alla propria intimità, un’offerta del cuore più segreto e recondito di sé. Ci si siede attorno a questa tavola, che è la “nostra” vita in comune, uno accanto o di fronte all’altro per condividere nella parola “scambiata” il reciproco dono di se stessi.

Nella coppia il momento dello scambio verbale e dello scambio degli sguardi è unitivo tanto quanto l’unione dei corpi è atto dialogico, comunicativo. L’amore comunica anche nella parola e nello sguardo; e parla, dialoga anche nei e coi corpi.

Saranno i gesti e gli sguardi a permetterci di creare comunione profonda nelle nostre diversità. Momenti nei quali l’unione passa proprio dal rendersi pienamente conto che l’altro è altro da me. Sono altre mani, altre braccia, altri piedi da lavare, diverse dalle mie mani, dalle mie braccia e dai miei piedi. E’ incrocio di sguardi, ingresso autentico alla comunione dei due dove io vedo gli occhi di chi amo e insieme mi vedo riflessa nei suoi occhi.

Quindi insieme conosco me e conosco l’altro da me. Da questo sguardo nasce il preliminare più intenso all’unione dei corpi. Così diventiamo amore per andare verso l’altro, lo sposo, per vivere nell’altro, imparando a percorrere fisicamente le nostre diversità.

A comunicare si impara

Condividere, per due sposi, è dunque mettere in comune il tutto di ognuno, rivelandolo e donandolo all’altro, nella consapevolezza che questa è la sola strada per conoscere se stessi nella verità. E’ imparare a farlo in tutti gli aspetti che costruiscono la nostra persona individuale per far nascere quella coniugale, dove l’io non si perde, ma viene fatto brillare come stella dalla luce del Noi.

Ma condividere non è un qualcosa di spontaneo, non viene da sé a nessuno, neanche a due sposi che affrontano tensioni e fatiche, oltre che gioie e delizie, della vita quotidiana.

Imparare a comunicare con/nel  il corpo

Comunicare nel corpo tutto noi stessi è una fonte di gioia inestinguibile, ma è anche uno degli atti di più grande maturità e forza che solo grazie al sacramento si possono compiere.[2]

È scegliere di rivelare la nostra intima delicatezza e fragilità che null’altro come il corpo illustra compiutamente. Basta un’occhiata di disprezzo per ferirlo profondamente, basta una carezza prepotente per depredarlo.

Più noi scopriremo che la condivisione del corpo è una via preferenziale di cui Dio si serve per raggiungerci nel nostro cammino quotidiano, più cureremo questo aspetto col nostro coniuge e di conseguenza coi nostri figli e via via con tutti coloro che incontriamo.

Imparare a comunicare con/nel l’anima

Saper accogliere i sentimenti di gioia, paura, sofferenza, i sogni e i timori nostri e di chi ci vive accanto è la prima scuola di vera condivisione fra sposi, coi figli e coi nostri amici.

Per conoscere veramente l’altro occorre imparare ad osservare l’anima nelle sue ferite, in ciò che l’ha fatta soffrire, osservarne le cicatrici, quelle recenti che rivelano che cosa lo ha ferito, cosa ha imparato da queste e come sta vivendo; quelle vecchie che mi dicono come ha perdonato, come ha ritrovato la speranza, come affronta ora la causa della sua sofferenza, con la voglia di ricominciare, senza la paura di essere di nuovo colpito.

Condividere le nostre anime vuol dire vedere vicendevolmente come sta l’anima del coniuge e, se possibile, prendersene cura. Quante volte compiamo l’atto grande di essere guida ed aiuto per il nostro sposo e quante volte lui lo compie verso di noi? Questa è una cosa essenziale per la vita di due sposi, se non lo fa tuo marito, tu lo andrai a cercare altrove e, viceversa, se non lo fa tua moglie, tu andrai a cercarlo altrove; abbiamo bisogno di qualcuno che ci stia accanto e che ci curi l’anima. Imparare ad ascoltarci per quello che viviamo oggi, standoci accanto, con tutte le delicatezze che lo Spirito sa suscitare in noi è il passo più arduo da fare perché mette chiaramente in luce che la condivisione va cercata e costruita, bisogna dedicarle energia e tempo, magari sforzo e fatica. Una telefonata, un bigliettino possono essere alcuni dei mille canali attraverso i quali entrare in contatto col mondo che ognuno di noi si porta dentro, con la creatività e la fantasia proprie dell’amore.

Imparare a comunicare con/nel lo Spirito

Noi siamo come plasmati interiormente e silenziosamente dallo Spirito Santo che rende i nostri sensi capaci di percepire che siamo costantemente nella mano di Dio. Comunicare nello Spirito è vincere la vergogna di chiedersi cosa ci aiuta a percepire la vicinanza di Dio e cosa no. In cosa io posso aiutare te e tu me nell’andare a Dio. Senza questa libertà restiamo impoveriti perché non sappiamo riconoscere ciò che il nostro sposo e i nostri figli ci portano di Dio. Abbiamo tutto un mondo in noi fatto di attenzioni e tenerezze che spingono il nostro cuore a cercare e creare comunione. Questo è lo spazio dello Spirito, che non è un aspetto fra i tanti della nostra personalità, ma piuttosto lo sfondo su cui tutto il resto del nostro vivere acquista profondità e senso.

La radice ultima, da cui scaturisce e a cui continuamente si alimenta la comunione della coppia e della famiglia cristiana, non sta dunque nell’amore dell’uomo verso la donna e viceversa, e neppure nell’amore reciproco tra genitori e figli: sta nel dono dello Spirito, effuso con la celebrazione del sacramento del matrimonio. Il vincolo più forte che origina e sostiene la comunione coniugale e familiare cristiana, è dato dallo Spirito Santo.”[3]

 

 

 

Appendice 1: I LINGUAGGI DELL’AMORE

 

Ognuno di noi esprime, riceve e vive l’amore con modalità differenti. Il nostro sposo, come noi, ha bisogno che l’amore gli venga comunicato con gesti che possa comprendere e che parlino a lui in modo tale da dirgli tutto il calore, l’interesse, la passione, la delicatezza ….che nutriamo per lui o lei. Chiedersi quale modalità  viviamo noi, quale vive il nostro partner se sta cambiando in noi o in lui/lei non è mai tempo perso anzi ci porta a comprendere che non sempre il modo in cui noi intendiamo e comunichiamo l’amore è universalmente chiaro.

Concentriamoci ora sui singoli linguaggi dell’amore.

 

PRIMO LINGUAGGIO: LE PAROLE DI RASSICURAZIONE.

Gli elogi, le parole di incoraggiamento e le richieste formulate invece delle pretese rafforzano l’autostima del mio coniuge. Creano intimità e fanno emergere tutto il potenziale del nostro sposo/a.

Chi parla questo linguaggio di amore cerca di ricevere simili parole, non solo, capisce di essere amato nella misura in cui è rassicurato cioè ascoltato con partecipazione, interesse, incoraggiato con la disponibilità di comprendere anche i suoi momenti difficili e sostenerlo nei passaggi delicati della sua vita.

SECONDO LINGUAGGIO: I MOMENTI SPECIALI. Per alcuni essere amati è direttamente legato al vivere momenti speciali situazioni in cui si ha la piena attenzione dell’altro. Stare in compagnia del proprio coniuge in un momento in cui si fa una cosa che sappiamo gli piace. Non solo, essere vicino al coniuge e farlo in modo tale che lui/lei comprenda bene questa nostra vicinanza quando magari sta affrontando momenti difficili. Vale la pena a questo proposito esaminare quale nostro comportamento ha aiutato il nostro coniuge mentre affrontava un problema impegnativo? Meno consigli è più domande? Più comprensione e meno soluzioni? Più domande e meno conclusioni? Più attenzione verso la persona e meno verso il problema?

TERZO LINGUAGGIO: RICEVERE DONI. Per alcuni di noi ha grande importanza ricevere dei gesti concreti di amore. Comprati o fatti con le proprie mani essi dicono a chi è sensibile a tale linguaggio che l’amato ha pensato a lui/lei, lo ha fatto per un certo periodo di tempo e poi ne è scaturita la decisione di fare il regalo.

QUARTO LINGUAGGIO:GESTI DI SERVIZIO. Ci si accorge di parlare questo linguaggio, o di avere sposato chi lo parla, quando tali gesti vengono richiesti. Per alcuni l’amore si manifesta proprio nel  compiere per l’altro gesti che riguardano il coniuge e che sappiamo fanno piacere all’altro/a ed esprimere il nostro amore così aiutando nelle cose da fare.

QUINTO LINGUAGGIO:IL CONTATTO FISICO. Il linguaggio del contatto fisico è un profondo veicolo di comunicazione per tutti noi. Da alcuni però  viene inteso con maggiore peso tanto che le parole di affetto o di ammirazione e stima non hanno lo stesso impatto se vengono dette senza il contatto fisico sia esso una carezza, un bacio o solo la vicinanza di un abbraccio.

 

 

Appendice 2: CONFRONTO-LITIGIO-RICONCILIAZIONE

 

  • Confronto: quando la pensiamo non allo stesso modo.

CHE FARE?

  • Non farsi spaventare
  • Aprirsi sinceramente all’ascolto dell’altro
  • Non aver paura di riconoscere che avevamo torto
  • Litigio: quando i nostri punti diversi si scontrano.

CHE FARE?

  • Conoscere lo “stile letterario” dell’altro/a
  • Mantenere aperta la comunicazione
  • Affidare a Dio i nostri litigi
  • Riconciliazione: quando è l’ora di fare la pace.

CHE FARE?

  • “Celebrare” la pace con fantasia

 

 

 

CONCLUSIONE

 

Il compito fondamentale cui la coppia è chiamata è proprio quello di sapere gestire la conflittualità derivante dalla differenza tra uomo e donna, dall’incontro-scontro tra due storie familiari e sociali differenti (da rielaborare in modo originale attraverso il complesso processo di distinzione di coppia dalle famiglie d’origine e la costruzione graduale di una nuova e originale rete relazionale condivisa), dai mutamenti cui il patto è sottoposto dal trascorrere del tempo. D’altra parte non ci sarebbe bisogno di un patto (la cui radice etimologica rimanda a pax-pacis) se non ci fosse nulla da “pacificare” se nella relazione coniugale l’accordo fosse “automatico” e “spontaneo”. Infrangere il mito del “naturalismo” dell’amore coniugale (se due non stanno bene insieme “naturalmente” senza sforzi, significa che non si amano), superare la visione idealizzata della relazione tra partner (l’altro deve essere a tutti i costi colui che soddisfa ogni mio bisogno in ogni momento della vita), per approdare ad una consapevolezza realistica e serena del diritto di ogni persona (anche del proprio partner!) di avere dei limiti, di poter cambiare, di non vivere ogni evento allo stesso modo, si pone allora come una delle sfide più intriganti del percorso di una coppia che decida di investire sul futuro del proprio legame.

Raffaella Iafrate

Introduzione all’ambito VITA AFFETTIVA in occasione del 4° Convegno Ecclesiale di Verona 16-20 ottobre 2006

 

 

[1] Vedi appendice 1 I LINGUAGGI DELL’AMORE

 

[2] Cfr. Familiaris consortio, n 11.

“La sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna, se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente.”

[3] Comunione e comunità nella chiesa domestica, n. 8.

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