NELL’OGGI DELLA CHIESA:

LA FAMIGLIA CHIESA DOMESTICA.

Bologna, 25 aprile 2011

 

La famiglia stessa è il grande mistero di Dio. Come « chiesa domestica », essa è la sposa di Cristo. La Chiesa universale, e in essa ogni Chiesa particolare, si rivela più immediatamente come sposa di Cristo nella « chiesa domestica » e nell’amore in essa vissuto: amore coniugale, amore paterno e materno, amore fraterno, amore di una comunità di persone e di generazioni. L’amore umano è forse pensabile senza lo Sposo e senza l’amore con cui Egli amò per primo sino alla fine?

Solo se prendono parte a tale amore e a tale « grande mistero », gli sposi possono amare « fino alla fine»: o di esso diventano partecipi, oppure non conoscono fino in fondo che cosa sia l’amore e quanto radicali ne siano le esigenze. (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie n.19)

 

  1. Ricuperare il senso della casa

Sappiamo ormai bene che nei primi due secoli la Chiesa si riuniva nelle case e la liturgia aveva pertanto un’impronta tipicamente familiare.

Oggi possiamo dire che “abbiamo perso la casa e pertanto dobbiamo ricuperare il senso della casa”. In effetti se noi domandassimo ai nostri figli: “dove abita Dio?”, credo che la risposta sarebbe quella che ci hanno insegnato per tanti anni: Dio abita nella chiesa, che chiamiamo “la casa di Dio”. Così se domandassimo agli adulti oggi: “dove si impara la fede? e quale è il luogo tipico della preghiera?”, penso che la maggior parte direbbero che la fede si impara in parrocchia e che il luogo più adatto alla preghiera è la chiesa.

Recuperare il linguaggio spaziale: (per la Chiesa l’altare, l’ambone, il battistero….) Per la casa la sala da pranzo, il salotto, l’angolo della preghiera, la stanza nuziale…..

Recuperare il linguaggio tattile: (per la Chiesa imposizione delle mani, unzioni, darsi la mano.) Per la famiglia, abbracciarsi, il bacio della mamma e del papà, il tenersi per mano, la benedizione….

Vivere la Chiesa domestica non significa celebrarne il culto solo nella casa. E’ come se la parrocchia si riducesse a celebrare solo la messa in Chiesa e poi non ci fosse null’altro. Essere Chiesa, celebrare l’amore unitivo di Cristo per la Chiesa significa anche andare. E’ come dire alla famiglia: vai! Sei luce posta sul lucernario.

Come dice la formula di congedo del  nuovo rito del matrimonio:

Nella Chiesa e nel mondo siate testimoni del dono della vita e dell’amore che avete celebrato. Andate in pace.

 

  1. Recuperare il senso della Chiesa

Ci facciamo guidare da un testo della Conferenza Episcopale Italiana (Comunione e comunità nella chiesa domestica) del 1981

 

La comunione-comunità della Chiesa

  1. La comunione di Dio Padre con gli uomini, mediante il Figlio e nello Spirito Santo, dà origine a una specifica comunione degli uomini tra loro: è la comunione della Chiesa, che il Concilio presenta «come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano»[1] Il mistero della comunione che esiste in seno alla Trinità diventa in tal modo la matrice prima, il modello sublime e la mèta suprema della comunione della Chiesa[2], di questo «popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»[3]
  2. La comunione degli uomini con Dio e tra loro si compie nella storia dove, muovendosi giorno per giorno tra il «già» e il «non ancora», la Chiesa si va costruendo incessantemente, e dove essa si esprime in «segni» visibili, che la rendono «comunità» storica, istituzionale, sperimentabile.

La comunione-comunità della famiglia cristiana

  1. La comunione universale della Chiesa, famiglia di Dio sulla terra, si incarna e si manifesta storicamente nelle comunità particolari che sono le diocesi, le quali, a loro volta, si articolano in parrocchie. Come insegna il Vaticano Il, «la Chiesa di Cristo è veramente presente nelle legittime comunità locali dei fedeli, le quali, in quanto aderenti ai loro Pastori, sono anch’esse chiamate Chiese nel Nuovo Testamento. Esse infatti sono, nella loro sede, il popolo nuovo chiamato da Dio con la virtù dello Spirito Santo e con piena convinzione (cf 1 Ts 1,5). In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si raccoglie la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica»[4].

Ma il mistero della comunione della Chiesa arriva fino a riflettersi e ad essere realmente partecipato, sebbene a suo modo, da quella piccola comunità che è la famiglia cristiana, dal Concilio chiamata «Chiesa domestica»[5]

 

La convivenza matrimoniale e l’amore coniugale sono quindi pervasi dallo stesso amore trinitario che effonde in loro la sua unità e la sua fecondità. La coppia viene costituita Chiesa Domestica in quanto “unità duale” sigillata dallo Spirito Santo. Pertanto la coppia non è solo un’immagine della Chiesa, ma una realtà ecclesiale contrassegnata dalle sue proprietà universali: la coppia è unita dallo Spirito Santo e quindi è in qualche modo una, santa, cattolica e apostolica.

                                                                                              M.Ouellet, Divina Somiglianza, 2004

 

Giovanni Paolo Il, nella sua prima visita pastorale, rivolgendosi alla parrocchia come «comunità del popolo di Dio», ha così messo in luce il posto e il compito che in essa ha la famiglia cristiana: «A chi va il mio pensiero in modo particolare e a chi mi rivolgo? Mi rivolgo a tutte le famiglie che vivono in questa comunità parrocchiale e che costituiscono una parte della Chiesa di Roma. Per visitare le parrocchie, come parte della Chiesa-diocesi, bisogna raggiungere tutte le “Chiese domestiche”, cioè tutte le famiglie; così infatti erano chiamate le famiglie dai Padri della Chiesa. “Fate della vostra casa una Chiesa “, raccomandava S. Giovanni Crisostomo ai suoi fedeli in un suo sermone.

 

La famiglia cristiana si pone nella storia come un «segno efficace» della Chiesa, ossia come una «rivelazione» che la manifesta e la annuncia, e come una sua «attualizzazione» che ne ripresenta e ne incarna, a suo modo, il mistero di salvezza.

 

La famiglia non è chiesa nella misura del proprio impegno parrocchiale né lo è nella misura della propria prassi di preghiera perché queste cose competono ad ogni cristiano. Aumentando dentro la famiglia le cose comuni ad ogni cristiano, certamente si cresce in spiritualità, in partecipazione, in senso della Chiesa, ma siamo ancora lontani dal capire in che cosa la famiglia in se stessa è chiesa domestica. Chiesa domestica significa che ciò che la chiesa è si concentra in una modalità specifica.

Perché Dio ha creato l’amore umano e il suo dinamismo? Per poter comunicare con esso. Dio è lo Sposo dell’umanità: bisogna cogliere questo rapporto fondamentale. Egli ha creato l’amore umano per avere nel mondo una coppa aperta verso il cielo, nella quale riversarsi. Il compito originario dell’uomo-donna è vivere nel loro amore il divino. L’uomo e la donna non sono stati creati per scambiarsi tenerezze e per fare bambini, ma per donarsi reciprocamente l’amore di Dio.

Come coppia, dobbiamo donarci Dio l’un l’altro e donarci insieme a Dio. Tutte le altre motivazioni per le quali ci siamo sposati vanno purificate se vogliamo diventare veramente chiesa domestica cioè luogo in cui Dio accade.

Chiesa domestica non si diventa facendo qualche cosa, non si diventa neanche cercando di “spiritualizzare” la famiglia, recitando formule, o di “intellettualizzarla” frequentando corsi o di  “pastoralizzarla” impegnandosi a fare catechesi in parrocchia, ma si diventa mediante un cammino di santificazione sponsale che non si può compiere senza gli altri, prima i miei familiari, poi le altre famiglie e poi tutti gli altri.

 

III. Recuperare il rapporto Chiesa-famiglia

Il rapporto Chiesa-famiglia cristiana è reciproco e nella reciprocità si conserva e si perfeziona. Con l’annuncio della Parola e la fede, con la celebrazione dei sacramenti e con la guida e il servizio della carità, la Chiesa madre genera, santifica e promuove la famiglia dei battezzati.

Nello stesso tempo la Chiesa chiama la famiglia cristiana a prendere parte come soggetto attivo e responsabile alla, propria missione di salvezza:

«Per questo la coppia e la famiglia cristiana si possono dire “quasi una Chiesa domestica”, cioè comunità salvata e che salva: essa infatti, in quanto tale, non solo riceve l’amore di Gesù Cristo che salva, ma lo annuncia e lo comunica vicendevolmente agli altri»[6].

 

Rischio 1: la Chiesa assorbita dalla famiglia:

Il rischio della spinta verso l’autosufficienza familiare, con l’illusione che in casa si possa agire da Chiesa contro la Chiesa ufficiale “fatta di gerarchie e così lontana dal mondo”. Ci si dimentica che se è vero la famiglia è cellula della società, nessuna cellula può vivere senza un corpo!

Rischio 2: la famiglia assorbita dalla Chiesa:

Rischio di pensare alle famiglie come mano d’opera a buon mercato per i bisogni della santa madre Chiesa, magari chiamando i suoi membri ad uno ad uno in qualità di individui.

 

  1. Specificità della chiesa domestica

Per la grazia dello Spirito Santo, la coppia e la famiglia cristiana diventano «Chiesa domestica», in quanto il vincolo d’amore coniugale tra l’uomo e la donna viene assunto e trasfigurato dal Signore in immagine viva della comunione perfettissima che tra loro lega, nella forza dello Spirito, Cristo capo alla Chiesa suo corpo e sua sposa. In tal modo la coppia e la famiglia cristiana sono rese partecipi dell’amore di Cristo per la Chiesa secondo un modo e un contenuto caratteristico, cioè nella «comunione» dei membri che le compongono e con la realtà dell’ «amore» coniugale e familiare: «Gli sposi partecipano all’amore cristiano in un modo originale e proprio, non come singole persone, ma assieme, in quanto formano una coppia… Gli sposi poi partecipano insieme all’amore cristiano con quella realtà che caratterizza la loro esistenza quotidiana, e cioè con l’amore coniugale…»[7]

 

IL MINISTERO DEL LEGAME

La famiglia per essere piccola chiesa deve sapere di quale ministero essa è custode.

Il primo ministero che è affidato alla famiglia chiesa domestica è quello del LEGAME. La famiglia è il luogo nel quale si sperimenta che “è bello che tu ci sia”, anzi “è bene che tu ci sia”. E per consentire questo, il tuo esserci fra noi, io ti farò un po’ di spazio. Ti donerò un po’ del mio spazio perché ciò possa accadere.

Siamo anche noi come il mercante del Vangelo di Matteo, abbiamo trovato il nostro tesoro però scopriamo che per estrarlo è necessaria molta fatica, tanto ingegno e un po’ di creatività. La famiglia è dove tu sperimenti che l’altro ti porta in braccio, sei portato in braccio dall’altro e insieme portiamo in braccio coloro che non ce la fanno. Il ministero del legame ci dice che non possiamo disinteressarcene, non possiamo far finta di niente. Se la famiglia – chiesa domestica – non vive il ministero del legame, del farsi carico gli uni degli altri, non fa esperienza di una nuova e originale comunione; quando lo vive invece è un’attuazione specifica della comunione ecclesiale. (FC 21)

 

IL MINISTERO DELLE DIVERSITA’

Intanto c’è da dire che tutti noi desideriamo una vita di amore improntata alla comunione autentica. Ma da dove partiamo per fare ciò? A volte dalla tentazione della omologazione. “Se tu mi ami devi fare quello che desidero io, che io mi attendo da te, proprio perché mi ami.” Questa vocina si fa sentire in ognuno di noi e porta in sé il delirio di trasformare, plasmare, obbligare l’altro ad essere come voglio io, cioè uguale a me! Che abbia i miei tempi, i miei gusti e il mio modo di comunicarli.

Ecco ciò che sognano gli innamorati fusionali! Ma ciò che non sanno è che è proprio stata la diversità dell’altro, dell’altra ad attirare, a far pronunciare quelle parole che parafrasano l’esclamazione di Adamo incontrando Eva: “Essa è carne della mia carne…” Cioè sei tu quella, quello che aspettavo.

Sono le diversità che l’uomo vive a far scoprire alla donna il suo essere altra da lui e viceversa. Ma sono sempre queste diversità che aprono la porta a grandi incomprensioni quando le soffriamo e le viviamo nella fatica di andarsi incontro senza raggiungersi mai.

Quando siamo fermi in queste pastoie soffriamo terribilmente, quando invece scegliamo di andare incontro all’altro cercandolo dove lui, lei è e non dove vorremmo che fosse, allora siamo liberi i amare e anche se con toni diversi scopriamo che insieme possiamo suonare una bella melodia polifonica di amore. Saper accogliere le diversità dell’altro, poi metterà noi stessi anche nella saggia posizione di verificare che siamo cambiati anche noi stessi, che abbiamo sfumature del nostro essere che non conoscevamo e che lasciarle vedere all’altro farà solo più bello il nostro stare insieme.

Allora fare il primo passo verso mia moglie, mio marito, sforzarmi di mettermi nei suoi panni, chiedere sapendo che io non conosco il tutto di me (figuriamoci il tutto degli altri!), metterà un briciolo in più di luce non solo nella nostra coppia, ma nella Chiesa tutta.

 

IL MINISTERO DEGLI INIZI

Altro ministero della Chiesa domestica è quello degli inizi! Già, in una realtà dove siamo abituati ad essere coloro che non si stupiscono più di niente, il ministero degli inizi dice a tutti che la vita è fatta di trame preziose che hanno sempre un inizio, una prima intuizione che se poi sboccia e fiorisce lo fa solo perché innestata in una comunione di amore.

Pensate alla prima volta che gli sposi aprono la loro casa ad amici e parenti, la prima volta che si fa

la pace, la prima volta che si scopre di essere in attesa di un figlio o la prima volta che si intuisce che il dono della maternità e paternità non sarà come l’avevamo sognata.

La celebrazione degli inizi è fondamentale perché ci porta continuamente alla mente che c’è stato un punto iniziale da cui tutto è scaturito e questo punto non dipende solo da noi, Qualcuno ci assisteva mentre ci incontravamo la prima volta, Qualcuno faceva il tifo per noi. La storia nostra ha

un inizio e la sua sorgente è Dio. Da tanta vita che scorre in noi e attorno a noi, anche quando è ferita dal peccato, non possiamo non conoscere che il nostro Creatore è vita in pienezza e chiama tutti ad una simile vita!

E poi la famiglia è custode dell’inizio della Vita vera. L’esperienza della morte è forse il vertice del ministero degli inizi. E’ lì che viene trasmessa la vita nel senso del tessuto familiare che accoglie ognuno di noi, quando sappiamo contemplare il nostro essere inseriti in una catena generazionale che ha dato a noi e alla quale noi siamo chiamati a dare per poi un giorno lasciare ai nostri figli non solo un oggetto o una casa ma un’appartenenza, un popolo nel quale essere inseriti. Che sappiano dire di essere figli di, nipoti di, eredi di una esperienza di amore e di fatica che con tutte le sue forze ha portato la vita fino a loro.

La famiglia allora è Chiesa domestica quando sa riportare al centro della Chiesa tutta le relazioni improntate a legami di amore, quando mette nella giusta luce le diversità come patrimonio anche per la comunione, quando sa tenere al centro la memoria degli inizi per narrare e celebrare i passi della nostra storia di salvezza in Cristo.

 

  1. Ruolo dello Spirito Santo e del Sacramento delle Nozze

La radice ultima, da cui scaturisce e a cui continuamente si alimenta la comunione délla coppia e della famiglia cristiana, non sta dunque nell’amore dell’uomo verso la donna e viceversa, e neppure nell’amore reciproco tra genitori e figli: sta nel dono dello Spirito, effuso con la celebrazione del sacramento del Matrimonio. Il vincolo più forte che origina e sostiene la comunione coniugale e familiare cristiana, è dato dallo Spirito Santo.

… La comunione donata dallo Spirito non si aggiunge dall’esterno, né rimane parallela a quella comunione coniugale e familiare che costituisce la «struttura naturale» del rapporto specifico uomo-donna e genitori- figli; bensì assume questa stessa struttura dentro il mistero dell’amore di Cristo per la sua Chiesa, e pertanto la trasforma interiormente e la eleva a segno e luogo di comunione nuova, soprannaturale, salvifica.

 

Questo essere Chiesa quindi, ekklesia, ha uno scopo ben preciso: trasformare la comunità cristiana convocata in profetica e ardente comunione di cuori, perché l’obiettivo ultimo per gli Atti non è quello di creare un gruppo di persone che si chiamano Chiesa, ma fare di questo gruppo una comunione di cuori.

Per gli Atti degli Apostoli, l’autenticità di una comunità si misura dal grado di comunione tra i cuori dei membri che la formano. Una comunità diventa comunione soltanto se i cuori sono in comunione!

Per gli Atti ciò che trasforma un gruppo di persone in ekklesia (che si raduna nelle case), è il vivere in comune non solo la fede in Cristo, non solo la preghiera, non solo le esperienze religiose, ma è vivere in comune le sofferenze. E’ questa koinonia che fa la Chiesa.

Altrimenti ci sono solo strutture  prive di calore umano, prive di sincerità, prive del soffio dello Spirito Santo.

 

VI.Chiesa domestica o chiese domestiche?

Primo e fondamentale compito della pastorale della Chiesa è quello di aiutare le famiglie cristiane a riscoprire, continuamente ed in crescente profondità, il dono della comunione, che il sacramento del Matrimonio ha loro offerto nel momento della sua celebrazione e offre incessantemente durante la loro esistenza

 

Non è la singola famiglia che evangelizza, ma la rete che la sostiene, per la forza che deriva dall’Annuncio e dal collegamento. La singola famiglia che apre la porta di casa e si assume le proprie responsabilità di evangelizzazione, non lo fa a nome proprio, ma a nome della comunità di fede che l’ha chiamata e che comprende il presbitero, nella persona del prete che rappresenta il Signore.

 

VII. Parola, celebrazione, carità

La comunione della famiglia cristiana, essendo una particolare partecipazione della comunione della Chiesa, nasce e si sviluppa con l’ascolto della parola di Dio, con la celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti, e con il servizio della carità, ossia si fonda e si costruisce sugli elementi strutturali che costituiscono la Chiesa stessa. Questa, infatti, è convocata dalla parola di Dio come comunione di credenti, è perfezionata nella sua unità dal sacrificio della nuova ed eterna Alleanza e dalla partecipazione al corpo e al sangue del Signore, ed è animata dalla carità dello Spirito Santo.

La comunione della famiglia cristiana trova così nella fede che accoglie la Parola, che celebra l’Eucaristia e che si fa operante nella carità, la sua sorgente tipicamente cristiana, della quale è il frutto e l’esigenza.

 

At 16,1-15

LA CASA DI LIDIA,  la prima cristiana in Europa

 

Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

 

Il lieto annuncio (Vangelo) dall’Asia Minore si estende all’Europa. Qui giunge dunque Paolo con Sila suo collaboratore. Interessante quel loro andare là dove, lungo il fiume, c’erano donne riunite a pregare. Questa cronistoria che sono gli Atti fa memoria di Lidia, una commerciante di porpora, quindi una donna agiata, stava bene, lavorava bene; la porpora creava benessere, molto benessere. Non si sa se era sposata; probabilmente era vedova.

Lidia consente all’azione del Signore che è lì ad aprirle il cuore. La sua è un’adesione totalizzante e coinvolgente la vita. Questa donna diventa “NUOVA” nelle acque del Battesimo: lei e tutta la sua famiglia. E, da battezzata, agisce in quella novità di amore che è la piena risposta al folle amore di Dio per noi perché diventa impegno di amore fattivo verso i fratelli. Eccola infatti pronunciare l’invito: Se avete giudicato che io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa. Il primo effetto della prima convertita europea è stato quello di condividere i propri beni.

Così si evidenzia, fin dall’inizio del cristianesimo, che accogliere Gesù nella propria vita vuol dire, come immediata conseguenza, accogliere anche i fratelli e le sorelle.

Una fede scollata dalla carità non è autentica, ma sfigura, tradisce e mente in se stessa.

Gli Atti degli Apostoli, come il vangelo, dicono: se tu sei ekklesìa, se la tua casa è ekklesìa, tu condividi i tuoi beni, in mille forme. Le tue entrate economiche, ma semplicemente la tua cucina, lo spazio tuo vitale condividilo, accogliendo una persona, sai che c’è una persona sola,… Non si tratta dunque solo di vendere tutto e darlo ai poveri, forse più difficile è condividere giorno dopo giorno i nostri beni per la gloria di Dio.

 

 

[1] Lumen gentium, n. 1

[2] Cf Gaudium et spes, n. 24

[3] Lumen gentium, n. 4

[4] Lumen Gentium 26

[5] Lumen Gentium 11

[6] CEI, Evangelizzazione e sacramento del Matrimonio n.47

[7] CEI, Evangelizzazione e sacramento del Matrimonio n.34-35

 

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