Seconda lectio.
Oggi la Chiesa italiana ci invita a pregare e a vivere la “Giornata delle vocazioni”.
Scrive il Papa nel messaggio di oggi: “Ogni specifica vocazione nasce dall’iniziativa di Dio, è dono della carità di Dio”. Il tema di questo messaggio è proprio “Le vocazioni dono della carità di Dio” E’ Lui dunque a compiere il primo passo, e non a motivo di una particolare bontà riscontrata in noi, bensì in virtù della presenza del Suo stesso amore riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo.
E poco più avanti il Papa scrive “nelle famiglie comunità di vita e di amore le nuove generazioni possono fare mirabile esperienza di questo amore. Esse infatti non sono solo luogo privilegiato della formazione umana e cristiana ma rappresentano il primo e il migliore seminario alla vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio facendo riscoprire all’interno della famiglia la bellezza e l’importanza del sacerdozio e della vita consacrata”. Ecco poi il bellissimo invito con cui si conclude questo messaggio “i pastori e tutti i fedeli laici sappiano sempre collaborare affinchè nella Chiesa si moltiplichino queste case e scuole di comunione sul modello della Santa Famiglia di Nazareth, riflesso armonico sulla terra della vita della Santissima Trinità.”
Ci sembra che solo in questa luce si possa comprendere meglio la fecondità del sacerdote e degli sposi che è far risplendere il volto incarnato della carità di Dio, con tutte le diverse sfumature che la nostra quotidianità ci chiede di vivere. In Abramo e Sara la loro fecondità nasce dal lasciare qualcosa per seguire la misteriosa chiamata di Dio. E’ Dio che ci rende fecondi. Ma serve uno spazio per questa fecondità che si crea nel lasciare: Genesi cap. 2 “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna” è così che si può diventare una sola carne come ieri ci ricordava Xavier Lacroix; è questo lasciare il padre e la madre per Adamo ed Eva, lasciare la terra e il proprio popolo per Abramo e Sara. E’ necessaria una cesura, una separazione, perché così si può creare lo spazio in cui Jahvé pronuncia la sua promessa e dice ad Abramo “farò di te una nazione grande e farò grande il tuo nome”.
Se non facciamo spazio non avremo un posto per accogliere la promessa……
Separato dalla parentela, dalle sicurezze, dalla fecondità della propria casa, ad Abramo viene promessa una discendenza che non affonderà le proprie radici solo nella fertilità biologica ma in una fecondità donata da Dio. La discendenza di cui Abramo lamenta l’assenza di cui sente il bisogno, di cui ha desiderio, non coincide per Abramo con l’unico figlio; infatti la discendenza che Dio dona e promette ad Abramo sarà una discendenza innumerevole. C’è uno scarto evidente tra il desiderio “dell’unico figlio” e “le stelle il cui numero non si riesce a contare”. Ed è in questo scarto che sta il dono della fecondità nell’infertilità; il figlio delle viscere, l’unico figlio, non esaurisce la promessa di Dio; la fecondità di Abramo e di Sara non si compie nell’unico nato da loro ma è altrove.
Chissà che non si possa leggere in questa luce la richiesta apparente del sacrificio di Isacco, chissà che non sia proprio questo l’errore o l’illusione che ha avuto Abramo, quello di interpretare la sua discendenza solo con la presenza di Isacco. Dopo un sacco di tentativi, che vedremo dopo, con l’arrivo di Isacco, per Abramo è compiuta la promessa di Dio. Ma Dio aveva in serbo una promessa diversa che solo in parte coincideva con il figlio Isacco. Perchè la promessa di Dio per ognuno di noi è estesa e non misurabile, immensa nell’amore.
Ecco le tre luci di questa meditazione che possono servire per noi per le nostre famiglie per i sacerdoti.
Prima luce: il figlio, ciascun figlio, della nostra famiglia, che sia uno o più di uno,è segno di una fecondità ben più ampia perché l’amore di Dio è immenso e non misurabile.
Seconda luce: la fecondità è per costruire una comunità. Dio continua a insistere con Abramo per fargli comprendere che la sua fecondità non è in Ismaele, né in Isacco ma solo nella discendenza grande come le stelle del cielo. E‘ nei popoli, nelle comunità che arriveranno da lui. La fecondità vera non è quella biologica ma è quella della costruzione di una comunità. Costruire nelle nostre case una comunità di vita e di amore, per aprirci ad essere nodi di comunione nelle relazioni attorno a noi, relazioni familiari, amicali, di fede. Questa è la fecondità possibile perchè non è solo più un compito nostro ma diventa un impegno di Dio.
La terza luce ce l’ha regalato suor Benedetta Rossi facendoci notare questo: da Abramo e Sara in poi cambia il senso della fecondità; se in Genesi c’è un invito, un imperativo a darsi da fare “crescete e moltiplicatevi” adesso le cose cambiano. C’è Dio che dice: io vi renderò molto fecondi. Sarà Dio a farsi carico della fecondità di Abramo portandola a compimento non nel figlio Isacco ma nelle azioni e relazioni che da Abramo nasceranno. Dice Dio: “ti renderò nazione e re usciranno da te”. E’ Dio che in una storia segnata dall’infertilità si fa carico di portare a compimento la parola di Genesi 1,28 “siate fecondi” trasformando l’appello in promessa e facendosi garante di questa promessa. Se rileggete le due promesse che Dio deve fare ad Abramo per ricordarglielo non c’è mai un imperativo. Non c’è scritto “Abramo e Sara diventate fecondi!”, ma “io vi renderò fecondi”! E proprio perché la fecondità è promessa da Dio, proprio perché è dono realizzato da Dio e da Lui portato a compimento, allora si può passare dalla paternità di Isacco, il figlio biologico, dai nostri figli, alla paternità di molti. E questo non solo per Abramo ma anche per Sara della quale si dice nel cap. 17 versetto 15: “Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio, la benedirò e diventerà nazioni e re e popoli nasceranno da lei “ perché Abramo e Sara sono uniti nella stessa fecondità universale che non si può realizzare se non a partire dalla coppia.
Siamo molto grati ad Abramo perché mentre ci racconta della sua vita ci racconta tanto di noi e ci racconta tanto di Dio. Noi avevamo l’idea che la vocazione fosse un cammino, un andare verso la ricerca e la scoperta del sogno nostro e di Dio su di noi, e invece ci siamo resi conto, camminando con Abramo e Sara che anche la fecondità è un cammino. Non tutto si compie con Isacco per loro due.
E’ come se avessimo ricevuto un seme da Dio, la nostra chiamata di coppia, che è un mistero , cioè si svela a poco a poco, cammina con noi e poco per volta ci svela il volto di Dio e il nostro volto riflesso nel volto di Dio e il volto di Dio che traspare dalla nostra coppia. Con tutti i nostri desideri che sono cari non solo a noi ma anche a Dio.
Abramo ha un bisogno e un desiderio: una discendenza, e il Signore questo desiderio lo prende sul serio. E non smette mai di custodirlo. Certo l’attesa è lunga, si parla di anni e anni e anni; e ogni tanto abbiamo l’idea che Abramo non abbia fatto altro che aspettare. In realtà Abramo e Sara, dopo un po’ di scoramento e di attesa vana, decidono anche di …. provare ad arrangiarsi diversamente.
Dio aveva parlato di un figlio da Sara, ma passando gli anni Abramo inizia a pensare che forse Lot sarà il discendente. E’ suo nipote in fondo, non è che arrivi da tanto lontano. Questa via però non è quella giusta e il Signore ribadisce la sua promessa. Passano gli anni però e Sara non ha figli così decidono di tentare con una seconda strada: Eliezer ma non è neanche lui. Il terzo tentativo sarà Ismaele. Insomma possiamo dire che Abramo e Sara si siano dati da fare in tutti i sensi “non è possibile che il Signore ci lasci senza discendenza, arriverà di sicuro…… magari dobbiamo solo ingegnarci un pochino” Ma in mezzo a tutti questi tentativi ecco arrivare lo screzio tra Abramo e Sara. Il loro arrangiarsi li sta allontanando non solo da Dio ma anche fra di loro. E’ il Signore a ricordare loro che non è questa la fecondità di cui Lui parlava. Ed essi ritornano a Lui.
Ma dei vari tentativi cosa accadrà? Ecco la grandezza di Dio, nessuno si perde, anche Ismaele non cadrà fuori dalla mano di Dio, anche lui verrà assunto e preso in questa storia di amore.
Ecco allora le tre luci che ci regala questa pagina di Parola di Dio.
La prima: la fecondità agisce in noi con il tutto di noi, anche attraverso i nostri bisogni che ci spingono a muoverci, a chiedere, a fare spazio.
Seconda luce: la fecondità è un cammino, è qualcosa che scopri un pezzo per volta, ogni giorno per tutta la nostra vita.
La terza luce: nessuno cade fuori dalle mani di Dio né Abramo né Sara né Ismaele nessuno. Anche quando l’attesa è lunga, anche quando ci sembra di muoverci come coppia a tentoni, Dio tiene insieme tutti in questa storia di amore.
E poi un pensiero bellissimo noi lo abbiamo fatto a Terach il padre di Abramo perché secondo noi lui ha passato a suo figlio il tesoro più grande che aveva in casa sua: credere alla promessa. E’ vero che è Terach che ha pensato di andare a Canaan, ma anche quando si rende conto che non ci arriverà non pensa mai “Con me tutto è finito…poveri voi”. Lui lascia ad Abramo non solo la promessa, ma, cosa che ci sta più a cuore di tutte, la fiducia che Dio di manterrà la promessa. Ecco dove è nato il padre della nostra fede.
Abramo ha respirato da suo padre che lui è prezioso agli occhi di Dio, che il nostro Dio mantiene le promesse e nessuno cade fuori dalle sue mani, nessuno.
Concludiamo rileggendo quello che ci dice F.C. al n.28 a proposito della fecondità.
“la fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi, noi coniugi siamo chiamati ad operare con l’amore del Creatore e del Salvatore che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia” la fecondità ma anche la vocazione ma anche l’accoglienza è tutta giocata nell’essere capaci di fidarsi della promessa di Dio ad avere in cuore che Dio ci ama, ecco cosa ci rende cooperatori con l’amore di Dio.

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