TERZA LECTIO
Oggi ci troviamo di fronte ad Abramo nella sua versione diremmo meno spumeggiante che ci riserva ugualmente delle sorprese. Siamo partiti a leggere il capitolo 18 della Genesi che inizia con “poi il Signore apparve a lui”.
Cosa è successo prima? Nel capitolo precedente viene raccontato il rinnovo dell’alleanza che Dio fa con Abramo e il segno di questa nuova promessa di alleanza. Leggiamo in Gen cap. 17 “ ora Abramo aveva 99 anni quando si fece circoncidere la carne del membro. Ismaele suo figlio aveva 13 anni quando gli fu circonciso la carne del membro. In quello stesso giorno furono circoncisi Abramo e Ismaele suo figlio”
A cui fa immediatamente seguito il capitolo 18 da noi letto che inizia appunto con “poi il Signore apparve a lui”.
E’ molto probabile dunque che Abramo si trovi in una situazione di fatica fisica e spirituale, non certamente nelle condizioni migliori per vivere l’accoglienza, l’ospitalità. Sono passati 25 anni da quando il Signore gli ha promesso una discendenza, Abramo allora aveva 75 anni. In questo passo c’è già Ismaele, il figlio che ha avuto con la schiava, ed ha 13 anni ma il figlio della promessa si fa ancora attendere.
E c’è una sofferenza nella sofferenza. Il fatto di non avere una discendenza non era solo una sofferenza per sé, ma era una sofferenza per Sara, per la sua famiglia e per la sua tribù. Era tutta la sua tribù che viveva questo dramma e crediamo che sia la doppia sofferenza che ciascuno di noi sposi o sacerdoti ha vissuto. Davanti ad un problema, una difficoltà sul lavoro, un papà un genitore ha una sofferenza personale ma anche una sofferenza dovuta al fatto che sei marito, che sei genitore, che sei responsabile di una comunità.
Abramo era in questa situazione di grossa difficoltà. Si era appena fatto circoncidere per cui sicuramente non era al top della forma fisica, era nell’ora calda della giornata, nella sua tenda. Potremmo dire che si stava “godendo” il riposo del giusto. Quella situazione che ti fa dire: “per oggi va bene così.” Quante volte noi siamo in questa situazione noi sposi o i sacerdoti.
E poi succede che qualcuno passa, bussa, chiede e tu sei nella condizione di scegliere se fare come Abramo o stare rinchiuso dentro di te perchè legittimamente pensi che “oggi può bastare così”!
Che cosa fa Abramo? Abramo semplicemente “alzò gli occhi e vide”. Cioè Abramo non si ripiega su se stesso, sulle sue legittime fatiche, sulle sue sacrosante buone ragioni per starsene in pace. “Alzò gli occhi e vide” ed è quello che siamo chiamati a fare noi sposi, noi sacerdoti e cioè alzare gli occhi e vedere è il primo passo per vivere l’accoglienza, l’ospitalità. Alzare gli occhi cioè non stare ripiegati su noi stessi e vedere. Vedere che cosa? Lo dicono anche i commenti che in queste tre persone, i tre angeli si intravede il Signore in quanto espressione anticipata della Trinità. Ma forse potrebbe semplicemente essere che ogni presenza di persone che si trovano di fronte a te possono essere il Signore anche se non sono tre, se sono due se è uno, se è il bambino piccolo che piange, se è lo straniero se è il separato se è semplicemente il vicino di casa.
Il fatto che siano tre e che Abramo ne vede tre lo sappiamo noi, ci hanno detto che lì è il Signore che si è presentato a lui ma noi siamo convinti che il Signore si presenti davanti a noi sotto varie spoglie, e noi siamo chiamati ad alzare gli occhi a vedere e a mettere in atto quello che ha fatto Abramo: per vivere una buona accoglienza non è necessario essere al top, per andare incontro all’altro, per essere casa accogliente per alcuni minuti per l’altro non è necessario essere al top, anzi il Signore si presenta a te quando tu sei affaticato, quando tu hai un sacco di buone ragioni per dire “oggi no; domani facciamo accoglienza, oggi ho bisogno di riposare”.
Invece Abramo accoglie, anzi fa una buonissima accoglienza. La sua infatti è un’accoglienza che vive in comunione; abbiamo letto come Abramo e Sara si danno da fare in due “Sara tre staie di fior di farina impastale e fanne focacce, all’armento ci penso io. Prese un vitello tenero lo diede al servo che si affrettò a prepararlo prese panna e latte fresco insieme col vitello che aveva preparato e li porse loro.”
E’ un’ accoglienza che si fa in comunione ed è un’accoglienza che miracolosamente ti ridona le energie. Non c’è traccia della stanchezza di Abramo tant’è che questo brano si conclude “egli stava in piedi presso di loro e loro mangiavano” Abramo e Sara riprendono le forze come se non pensassero al poi, come se dicessero : “Oggi ci è chiesto questo domani vedremo cosa accadrà.”
Ci è piaciuta tantissimo questa accoglienza di Sara e Abramo perché ci ha dato una mano a darci due o tre immagini che vi regaliamo.
Ogni tanto noi come sposi e penso anche come presbiteri intendiamo l’accoglienza così:
uno stare fermo aspettando, mentre Abramo non fa questo, lui si protende. Notate lui non è che parte e va in mezzo al deserto perché questi avevano bisogno della sua tenda, avevano bisogno di mangiare e di bere, ma lui li vede e si protende per andare incontro a loro, si fa più grande, più visibile si allarga si allunga per evitare che questi passino e vadano oltre e senza vederlo.
E abbiamo pensato quante volte noi facciamo l’accoglienza in modo opposto ad Abramo per esempio quando diciamo o lasciamo trasparire che “guarda ti avrei ascoltato volentieri, ma non ho proprio il tempo adesso, abbi pazienza” oppure “parla parla non badare se mentre tu parli io lavoro, lo sai che so fare tre o quattro cose insieme, tu non ti preoccupare” o ancora “inizia pure a dirmi ti ascolto volentieri ma… guarda di quell’argomento lì non iniziare a parlare tanto sai già che ..” tre modalità di accoglienza rigida da bersaglio in cui non sono io che vengo incontro a te ma sei tu che mi devi mirare se mi centri vinci il mio ascolto, se no pazienza . Riprova e sarai più fortunato.
Altra immagine: mentre accolgo recupero le energie, le forze. Abramo parte in una condizione di infermità ma pochi versetti dopo ha una carica nuova. Cosa lo fa diventare un ospitale fratello di cammino nonostante tutto e non lo fa sbuffare davanti ad un’incombenza in più da svolgere? Secondo noi il ragioniere che anche lui aveva nel cuore come un po’ tutti. Solo che ha ridefinito i suoi compiti. Ricordiamo che il ragioniere è un eccellente contabile, misura e pesa tutto ciò che noi compiamo nelle relazioni quotidiane. Possiamo chiederci se ha delle risorse che noi non esploriamo?
Sì, sono le sue competenze buone: tu continua a misurare ragioniere misura e pesa pesa e misura che è quello che sai fare; però io oggi ti chiedo: “mi pesi per favore qualcosa che qualcuno ha fatto per me nelle ultime 24 ore?”
Adesso ci diamo cinque secondi di tempo per fare questo esercizio. Assumete il ragioniere dategli le competenze e poi chiedete a lui adesso una cosa che vi è capitata nelle ultime 24 ore di cui ringraziare e che ha fatto qualcuno che sta vicino a me. Noi a volte vediamo meglio i gesti di affetto o aiuto degli estranei, chi per esempio ti cede il posto mentre sei in coda in un ufficio, e meno i gesti che compie per noi il nostro coniuge.
Altro passettino “perché accolgo?” e poi “Chi è che accolgo?”.
E’ importante rispondere a questa prima domanda: perché accogliere? Si potrebbe dire perchè in certi momenti siamo più buoni, oppure perchè poi sto meglio, o ancora perchè la gratitudine di colui che accolgo mi fa sentire viva. Ma non è solo questo: io accolgo te perchè accogliendo te scopro me!
Perché succede questo: è il dinamismo trinitario che è in noi non perchè siamo più bravi , qualcuno sicuramente è bravo bravissimo, ma perchè ci è stato donato. Quando ci siamo sposati il nostro amore è stato assunto, nell’amore trinitario, la stessa colla che tiene insieme la Trinità è fra noi. Ma visto che la Trinità non è solo un soprammobile ma ben di più è una Persona Viva allora possiamo dire che la Sua vitalità è in noi.
Il dinamismo trinitario è un motore che ti fa andare verso Dio, ti fa chiedere partendo da te stesso, dalla nostra coppia con i suoi limiti e le sue forze proprio come è capitato per Abramo. La sua generosità, il suo coraggio, la sua storia di amore con Sara si sono lasciate pervadere dalla dimensione di Dio, che è Trinitaria, perché lui non aveva figli ed amava così tanto sua moglie da non smettere di desiderare un figlio da lei. E Dio lo prende sul serio….
Questo dinamismo che abbiamo dentro è quello che ci fa andare verso l’altro ma non perché si è buoni, non è solo questo, è perchè andando verso l’altro trovo me stesso. Nella relazione di amore autentico trovo me stesso. Sapendo che non perdo niente di me nell’incontro con te e viceversa.

Chiedo a tutte le donne di concentrarsi sulle proprie spalle, 5 secondi di autocoscienza sulle proprie spalle, state ferme chiudete gli occhi, pensate alla spalla destra spalla sinistra.. poi chiedo agli sposi di toccare le spalle alle proprie spose, e poi vi chiedo: quale consapevolezza migliore ho delle mie spalle? quando me le penso da sola o quando qualcuno me le sfiora?
Chiudiamo con quello che F.C. ci ricorda sul discorso dell’accoglienza e dell’ospitalità è un dono che F.C. ha regalato 30 anni fa e crediamo sempre più attuale. Tra le tante cose di cui la Chiesa e la società ha bisogno ce n’è una che F.C. ci ricorda che possono fare tutti singoli, sposati ecc., ma la coppia la famiglia dovrebbe farlo come un aspetto imprescindibile: “in particolare è da rilevare sempre l’importanza sempre più grande che nella nostra società assume l’ospitalità in tutte le sue forme dall’aprire la porta della propria casa e ancor più dl proprio cuore alle richieste dei fratelli all’impegno concreto di assicurare ad ogni famiglia la sua casa come ambiente naturale che la conserva e la fa crescere soprattutto la famiglia è chiamata ad ascoltare le raccomandazioni dell’apostolo ‘siate premurosi nell’ospitalità e quindi ad attuare imitando l’esempio e condividendo la carità di Cristo l’accoglienza del fratello bisognoso’”
Per vivere per attuare l’ospitalità non dobbiamo aspettare di essere al massimo delle nostre potenzialità, non dobbiamo essere perfetti si tratta di scoprire il dono che abbiamo ricevuto nel sacramento del matrimonio e di fare come Abramo e Sara, alzare gli occhi guardare e mettersi a servizio.

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